ERA architettura - teoria e progetto

ERA architettura - teoria e progetto Gabriele Rendinella Architetto Lo Studio si occupa di progettazione sostenibile, interior design, sicurezza.

Il nostro principale interesse consiste nella ricerca di soluzioni innovative finalizzate al miglioramento del rapporto tra costruito e ambiente, considerato nelle accezioni ecologica, storica, sociale e psicologica. Lo Studio sostiene l'importanza del ruolo dell'Architettura nella società, al di là di un approccio commerciale e convenzionale.

LUCE, OMBRA, CONTROLLO DELL'INVOLUCRONella composizione architettonica la luce non costituisce un elemento accessorio, m...
24/07/2026

LUCE, OMBRA, CONTROLLO DELL'INVOLUCRO

Nella composizione architettonica la luce non costituisce un elemento accessorio, ma uno dei principali strumenti di definizione dello spazio. Attraverso la variazione delle luminanze, essa rende leggibili i volumi, evidenzia la materia, stabilisce gerarchie e chiarisce il rapporto tra pieni e vuoti.

La qualità luminosa di un ambiente non dipende tuttavia dalla quantità assoluta di luce immessa. Un’eccessiva esposizione può produrre abbagliamento, perdita di contrasto e cancellazione dei dettagli. Come avviene in un’immagine sovraesposta, l’incremento dell’intensità non determina necessariamente una maggiore leggibilità: oltre una determinata soglia, le forme perdono consistenza.

La luce deve quindi essere modulata attraverso l’orientamento, la geometria delle aperture, la profondità degli ambienti e le caratteristiche riflettenti delle superfici. La luce diretta, diffusa, radente, zenitale o indiretta produce effetti differenti e deve essere selezionata in funzione della struttura compositiva dello spazio.

Anche l’ombra partecipa alla costruzione architettonica. Definisce lo spessore delle murature, evidenzia aggetti e rientranze, introduce profondità e permette di distinguere gli elementi principali da quelli secondari. Un ambiente uniformemente illuminato rischia invece di apparire piatto e privo di gerarchie.

Particolare attenzione deve essere posta alle transizioni tra condizioni luminose differenti. Portici, vestiboli, logge, corti e gallerie agiscono come dispositivi di mediazione, consentendo un adattamento progressivo tra esterno e interno. La soglia non coincide pertanto con una semplice linea di separazione, ma rappresenta uno spazio dotato di spessore e autonomia compositiva.

Anche la trasparenza è una condizione relativa. Una superficie vetrata mantiene una separazione fisica e introduce una continuità visiva che varia in funzione dei rapporti di luminanza, dei riflessi, della profondità degli ambienti e della posizione dell’osservatore. La visibilità non è necessariamente equivalente nei due sensi e può modificarsi nel corso della giornata.

Per questo le superfici trasparenti vengono integrate con schermature, frangisole, fasce opache, vetri selettivi e sistemi a doppia pelle. Tali elementi non negano la trasparenza, ma ne regolano gli effetti, rendendola compatibile con il comfort, la riservatezza, il controllo dell’irraggiamento e le prestazioni energetiche.

L’involucro non può quindi essere concepito come una membrana uniformemente aperta. Deve possedere differenti gradi di permeabilità, stabiliti in relazione all’orientamento, alla funzione degli ambienti e alla configurazione complessiva dell’edificio.

Una distribuzione equilibrata delle prestazioni evita inoltre che tutte le esigenze dell’organismo edilizio vengano concentrate su un unico componente.
Struttura, involucro, aperture, schermature e sistemi impiantistici devono pertanto concorrere secondo ruoli distinti ma coordinati. La struttura assorbe e trasferisce i carichi; l’involucro regola gli scambi con l’esterno; le aperture governano illuminazione, ventilazione e relazioni visive; le schermature controllano l’irraggiamento e l’esposizione. Ogni componente partecipa al funzionamento complessivo.

La qualità del sistema deriva quindi anche dalla corretta attribuzione dei carichi e delle funzioni. Quando una prestazione viene affidata integralmente a un solo elemento, questo diventa il punto di maggiore sollecitazione e vulnerabilità dell’insieme. Una configurazione più equilibrata distribuisce invece le azioni, riduce le concentrazioni locali e consente a ciascuna parte di operare entro un campo compatibile con le proprie caratteristiche.

Il coordinamento non implica uniformità. I componenti possono assumere consistenza, trasparenza e comportamento differenti, purché la loro relazione sia governata da un principio comune. L’efficienza dell’organismo non dipende dall’autosufficienza di una singola parte, ma dalla capacità delle diverse parti di concorrere alla prestazione generale.

Lo stesso principio riguarda il processo compositivo. Un progetto non può rispondere indistintamente a ogni richiesta senza perdere il proprio ordine interno. Le esigenze strutturali, distributive, energetiche, impiantistiche e formali devono essere valutate e ricondotte a una gerarchia complessiva.

La composizione opera attraverso selezione e misura. Alcune sollecitazioni incidono sull’impianto generale; altre possono essere assorbite localmente. Una continua ridefinizione dei principi ordinatori rischia di trasformare il progetto in una sommatoria di correzioni contingenti, priva di coerenza.

Anche negli interventi sull’esistente non ogni chiusura deve essere necessariamente rimossa. Pareti e superfici opache possono svolgere funzioni portanti, climatiche, distributive o figurative. L’apertura di nuovi vani deve essere valutata rispetto alla stabilità e alla leggibilità dell’intero organismo.

Quando la luce diretta non risulta compatibile con la configurazione edilizia, possono essere adottati dispositivi alternativi, quali corti, cavedi, pozzi di luce, aperture alte e superfici riflettenti. Il loro valore dipende però dalla capacità di integrarsi nella geometria e nella sequenza degli spazi.

Il progetto non deve quindi introdurre luce indiscriminatamente, ma costruirne una distribuzione coerente. La luce può orientare un percorso, sottolineare una soglia, attribuire centralità a un ambiente o accompagnare il passaggio tra differenti condizioni spaziali.

La qualità architettonica risiede nella capacità di controllare questi rapporti: luce sufficiente a rendere leggibili le forme senza annullarne la profondità, trasparenza capace di stabilire relazioni senza rendere indifferenziato l’involucro, ombra in grado di proteggere e articolare lo spazio senza trasformarsi in residuo.

L’architettura non elimina il contrasto, ma lo organizza. La luce diventa materiale di progetto quando definisce con precisione ciò che deve emergere e ciò che può rimanere sullo sfondo.

GLI SPAZI DELLA RELAZIONEScuole, giardini, piazze, biblioteche, centri civici, coworking, residenze collaborative e stru...
21/07/2026

GLI SPAZI DELLA RELAZIONE

Scuole, giardini, piazze, biblioteche, centri civici, coworking, residenze collaborative e strutture dedicate alla cura possono essere concepiti come spazi della reciprocità: ambienti progettati non soltanto per accogliere specifiche funzioni, ma anche per favorire relazioni autentiche tra individui e comunità.

La reciprocità spaziale si realizza quando l’ambiente consente l’incontro senza imporre la prossimità, promuove la collaborazione senza compromettere l’autonomia personale e favorisce la condivisione garantendo, al contempo, adeguati livelli di riservatezza. Il progetto deve quindi articolare differenti gradi di apertura, protezione e raccoglimento, permettendo agli utenti di modulare liberamente la propria partecipazione alla vita collettiva.

Progettare spazi della reciprocità significa tradurre nell’organizzazione architettonica le qualità fondamentali delle relazioni.
Il rispetto si esprime attraverso ambienti capaci di accogliere differenze, esigenze e tempi di fruizione diversi. La trasparenza riguarda la chiarezza distributiva, la leggibilità degli spazi e l’accessibilità dei percorsi, evitando barriere e gerarchie escludenti.
La responsabilità implica una concezione dello spazio comune come bene condiviso, da utilizzare e mantenere consapevolmente.
L’empatia richiede di considerare una pluralità di utenti, comprese persone con differenti caratteristiche fisiche, sensoriali, anagrafiche, culturali e sociali.
Il discernimento permette di distinguere tra autentica relazione e semplice compresenza: non ogni spazio aperto produce necessariamente incontro e non ogni forma di condivisione genera comunità. Sono pertanto necessarie gradualità, misura e una corretta definizione delle soglie tra pubblico, collettivo e privato.
Il coraggio consiste nella capacità di sperimentare nuovi modelli dell’abitare, dell’apprendere, del lavorare e del prendersi cura, superando configurazioni fondate esclusivamente sulla separazione, sul controllo o sulla prestazione individuale.
La capacità di riparazione, infine, si traduce nella flessibilità e adattabilità degli spazi. Un ambiente deve poter accogliere trasformazioni, correggere criticità e ricomporre eventuali fratture funzionali o relazionali senza richiedere la completa cancellazione dell’assetto precedente.

Gli spazi della reciprocità non eliminano le differenze e non perseguono una socialità indistinta. Creano le condizioni affinché persone diverse possano liberamente incontrarsi, riconoscersi e collaborare, mantenendo la propria autonomia e identità.

In questa prospettiva, l’architettura non si limita alla configurazione fisica dei luoghi, ma contribuisce attivamente alla costruzione delle relazioni e delle possibilità di vita collettiva.

IL RECINTO IN ARCHITETTURA: DALLE ORIGINI ALLA CONTEMPORANEITA'Il recinto è uno dei gesti più antichi dell’architettura....
08/04/2026

IL RECINTO IN ARCHITETTURA: DALLE ORIGINI ALLA CONTEMPORANEITA'

Il recinto è uno dei gesti più antichi dell’architettura. Prima ancora di essere edificio, l’architettura è spesso un atto di delimitazione: tracciare un confine, separare un dentro da un fuori, rendere uno spazio distinto dal continuum del territorio. Il recinto non è pertanto un elemento secondario, ma una forma originaria del costruire. Non serve soltanto a difendere; serve anche a istituire. Un recinto dice che da quel punto in poi lo spazio cambia statuto: diventa città, santuario, giardino, casa, monastero, corte, istituzione.

Nelle civiltà antiche il recinto ha innanzitutto un valore sacrale e politico. In Mesopotamia la città stessa si presenta come spazio cinto: Uruk, una delle grandi città sumeriche, è ricordata come racchiusa da mura di mattoni, segno di una comunità che si definisce attraverso il limite costruito. Allo stesso tempo, dentro la città, i complessi religiosi si organizzano come spazi ulteriormente separati, distinguendo il luogo del potere umano da quello del sacro. Anche nel mondo greco il santuario è pensato come temenos, cioè come spazio ritagliato e reso altro mediante un recinto: non semplicemente un’area occupata da un tempio, ma un ambito consacrato, separato dal mondo ordinario da un limite riconoscibile.

L’Egitto mostra in modo esemplare questa funzione del recinto. I complessi templari e funerari si articolano attraverso mura concentriche e recinti successivi, che non hanno solo compiti difensivi, ma costruiscono una gerarchia di accesso. Entrare significa attraversare soglie, passare da uno spazio comune a uno sempre più selettivo, fino al nucleo più interno. Il recinto organizza così una progressione simbolica: non solo protegge il luogo sacro, ma lo rende leggibile come spazio separato, graduato, rituale.

Un caso particolarmente chiaro è Hatra, città di età partica, dove il rapporto tra mura urbane e recinto sacro appare in forma quasi didattica. Le fonti la descrivono come una città protetta da doppie mura, al cui centro si trova un grande temenos rettangolare, a sua volta cinto e suddiviso internamente. Qui il recinto non marca solo la difesa della città, ma l’articolazione di un ordine interno: città, santuario, corti, spazi cerimoniali. Il limite diventa uno strumento di classificazione dello spazio e quindi di costruzione del potere.

Da questa lunga fase antica emerge un primo punto decisivo: il recinto non è solo muro, ma dispositivo di senso. Esso separa, ma allo stesso tempo qualifica; esclude, ma proprio per questo rende possibile un’appartenenza. Il dentro non esiste senza il fuori, e il recinto è la forma che rende visibile la relazione. Per questo la storia del recinto coincide in parte con la storia stessa dell’architettura: costruire significa spesso decidere dove passa un confine e quale significato assume il suo attraversamento.

Nella riflessione moderna il tema riemerge in forma teorica. Gottfried Semper, nei Quattro elementi dell’architettura, identifica tra gli elementi originari proprio l’enclosure, l’involucro o chiusura, distinto dalla struttura portante. È un passaggio importante perché sposta l’attenzione dal muro come massa costruttiva al recinto come atto culturale di separazione e rivestimento. L’architettura, secondo tale interpretazione, non nasce solo dal sostenere un tetto, ma anche dal delimitare uno spazio umano rispetto all’esterno.

Nel Novecento il recinto non scompare con la modernità, anche se cambia forma. Da un lato l’architettura moderna proclama apertura, continuità, trasparenza; dall’altro continua a lavorare ossessivamente su soglie, corti, muri, podi, giardini interni, patii. In molti casi il recinto perde l’evidenza monumentale delle mura antiche ma conserva la stessa funzione concettuale: creare un ambito distinto, controllare la relazione tra individuo e mondo, tra interno ed esterno, tra privacy e collettività.

Luis Barragán offre un esempio decisivo di tale trasformazione. Nelle letture critiche della sua opera il giardino e la casa appaiono spesso come spazi racchiusi da muri alti, capaci di isolare il soggetto dal rumore del mondo e di costruire un’atmosfera di silenzio, solitudine e contemplazione. Nella sua stessa poetica, premiata dal Pritzker, l’architettura è legata alla serenità, al raccoglimento, al giardino come luogo di inizio. Qui il recinto non è più fortificazione, ma condizione di interiorità: un limite che protegge l’esperienza sensibile e spirituale.

Anche Tadao Ando attribuisce al muro una funzione primaria. Nella sua biografia per il Pritzker il muro è descritto come elemento capace di dividere lo spazio, trasfigurare il luogo e creare nuovi domini. In Ando il recinto non coincide con chiusura opaca o rifiuto del paesaggio; al contrario, serve a intensificare il rapporto con luce, vuoto, acqua, cielo. Il limite astratto del cemento costruisce corti e sequenze di accesso in cui l’esterno non viene negato, ma filtrato e ricomposto. Il recinto diventa così un mezzo per dare forma alla percezione.

Si può allora dire che, dalla storia antica alla modernità, il recinto mantiene una sorprendente continuità. Cambiano materiali, scale e linguaggi, ma resta invariata la sua funzione fondamentale: produrre differenza spaziale. Nell’antichità questo significava spesso consacrare, difendere, gerarchizzare. Nella modernità significa più spesso isolare, orientare lo sguardo, misurare il rapporto tra individuo e ambiente, costruire un ordine percettivo. In entrambi i casi il recinto non è soltanto ciò che chiude: è ciò che rende possibile un interno significativo.

Per questo il recinto può essere inteso come una delle forme elementari dell’architettura. Non è un accessorio né un semplice bordo, ma l’atto attraverso cui lo spazio acquista identità. Dove c’è un recinto, l’architettura dichiara che lo spazio non è più indifferente: è stato scelto, distinto, ordinato, reso abitabile o sacro.

Bibliografia

Encyclopaedia Britannica, voci su Uruk/Erech, Hatra, Mesopotamian art and architecture.

The Metropolitan Museum of Art, materiali su Greek sanctuaries, Egyptian temple and funerary complexes.

UNESCO World Heritage Centre, Hatra.

Encyclopaedia, voce su Gottfried Semper e The Four Elements of Architecture.

Pritzker Prize, materiali su Luis Barragán e Tadao Ando.

SANT'APOLLINARE NUOVO - RAVENNA Chi ha avuto l'occasione di visitare Ravenna, sicuramente non si sarà fatto sfuggire la ...
08/09/2025

SANT'APOLLINARE NUOVO - RAVENNA

Chi ha avuto l'occasione di visitare Ravenna, sicuramente non si sarà fatto sfuggire la Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, straordinario scrigno di arte paleocristiana.

Edificata da Teodorico come ca****la palatina tra la fine del V e l’inizio del VI secolo, la basilica è uno degli edifici più prestigiosi del culto ar**no. Dopo la riconquista bizantina fu intitolata a San Martino di Tours, e nel IX secolo, con l’arrivo delle reliquie del martire Apollinare, assunse il nome che conosciamo oggi.

Architettura
La basilica presenta una pianta a tre navate, scandite da ventiquattro colonne in marmo greco con capitelli corinzi. La facciata in laterizio, semplice ed essenziale, è oggi arricchita dal portico rinascimentale che sostituì l’antico nartece. La navata centrale, larga il doppio rispetto a quelle laterali, si concludeva originariamente con un’abside semicircolare all’interno e poligonale all’esterno: ricostruita nel XVI secolo e decorata nel XVIII, ha assunto l’aspetto attuale, recuperato nei restauri recenti, che tuttavia hanno lasciato visibile sul pavimento la traccia della pianta originaria del VI secolo. A completare il complesso si erge, accanto alla basilica, il caratteristico campanile cilindrico (IX-X secolo), alleggerito da aperture via via più ampie che ne accentuano lo slancio verticale.

Sant’Apollinare Nuovo riflette l’incontro tra tradizione paleocristiana romana e sensibilità bizantina, che a Ravenna troverà piena espressione pochi decenni dopo.

I mosaici
Il vero tesoro è l’apparato musivo, disposto in tre registri:
-in basso, le processioni dei Martiri e delle Sante;
-al centro, i Profeti tra le finestre;
-in alto, episodi dei Miracoli e della Passione di Cristo.

Tra le scene spicca la Parabola del Giudizio Finale: Cristo siede al centro, tra due angeli. L’angelo rosso, alla sua destra, guida tre pecore candide: i giusti, mentre l’angelo blu, alla sua sinistra, è affiancato da tre capretti. Accanto al Giudizio Finale, non si può dimenticare la celebre Processione dei Martiri, che si snoda lungo la navata destra: ventisei figure, ciascuna identificata dal proprio nome, avanzano su fondo dorato dalla città di Ravenna verso Cristo in trono, circondato da arcangeli. Un’immagine solenne, dove la ripetizione ritmica delle figure crea un movimento corale, quasi liturgico, che trasforma lo spazio architettonico in un fiume di fede e luce.

Dal 1996, Sant’Apollinare Nuovo fa parte del Patrimonio UNESCO, testimone di una stagione artistica che ha reso Ravenna capitale del mosaico e dell’arte sacra.

✨ Ispirazioni d’arredo ✨Spazio organizzato, luce che danza: la libreria sospesa avvolge il divano e le tinte neutre ampl...
01/08/2025

✨ Ispirazioni d’arredo ✨
Spazio organizzato, luce che danza: la libreria sospesa avvolge il divano e le tinte neutre amplificano la luminosità per un effetto cocoon. Linee essenziali, palette tono-su-tono e un tocco di verde creano pura armonia.
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15/07/2025

IL TEMPO DEL PROGETTO

Il processo progettuale si articola lungo un arco temporale che non è mero contenitore cronologico, ma risorsa operativa da gestire con metodo. Dall’analisi preliminare del contesto fino alla gestione e al riuso dell’opera, ogni fase presuppone obiettivi, strumenti e livelli di verifica specifici, tutti interconnessi in un ciclo di apprendimento continuo. La sequenza in otto punti che segue schematizza questo percorso, evidenziando come la qualità dell’architettura dipenda dall’allineamento puntuale fra decisioni tecniche, tempi di lavorazione e feedback post‑realizzativi.

1. Analisi del contesto
La fase iniziale comprende rilievi topografici e ambientali, studio dei flussi insediativi e verifica dei vincoli normativi, definendo un quadro conoscitivo completo che costituisce la base oggettiva dell’intero processo progettuale.

2. Incubazione
Una volta raccolti e organizzati i dati, segue un periodo di sedimentazione in cui tali informazioni vengono correlate a casi di studio, programmi funzionali e modelli di riferimento. La pausa favorisce l’emergere di relazioni latenti utili alla definizione del concept.

3. Gate decisionale
Il kairos progettuale coincide con la selezione dell’idea guida, effettuata tramite analisi multicriterio. L’esito abilita il passaggio alla progettazione definitiva, assicurando coerenza fra visione e fattibilità.

4. Prototipazione e verifica
Il concept viene testato con modelli fisici o digitali, simulazioni energetiche e analisi dei costi. L’iterazione fra prove e correzioni affina la proposta, riducendo lo scostamento fra ipotesi e prestazioni attese.

5. Progettazione definitiva ed esecutiva
La trasformazione del concept in elaborati costruttivi richiede tavole esecutive, capitolati e cronoprogrammi. L’approccio lean integra, in un unico flusso controllato, le fasi che necessitano massima cura e quelle che impongono rapidità, eliminando sprechi.

6. Costruzione e commissioning
L’esecuzione in cantiere è monitorata anche tramite modelli BIM per un controllo simultaneo di tempi, costi e interferenze. Le prove di commissioning, a conclusione, certificano la conformità dell’edificio alle prestazioni di progetto.

7. Valutazione post‑occupativa
Una volta abitato, l’edificio è analizzato per consumi reali, qualità ambientale interna e modalità d’uso degli spazi. I dati raccolti alimentano un feedback operativo per eventuali interventi correttivi.

8. Gestione e riuso adattivo
La manutenzione programmata prolunga il ciclo di vita dell’opera e ne facilita l’adeguamento a future esigenze funzionali o tecnologiche. L’esperienza maturata confluisce nelle pratiche progettuali successive, chiudendo il ciclo di apprendimento.

𝗔𝗥𝗖𝗛𝗜𝗧𝗘𝗧𝗧𝗨𝗥𝗔 "𝗥𝗜𝗚𝗘𝗡𝗘𝗥𝗔𝗧𝗜𝗩𝗔"Un pensiero progettuale che si fa percorso di trasformazioneL’architettura rigenerativa non s...
16/06/2025

𝗔𝗥𝗖𝗛𝗜𝗧𝗘𝗧𝗧𝗨𝗥𝗔 "𝗥𝗜𝗚𝗘𝗡𝗘𝗥𝗔𝗧𝗜𝗩𝗔"
Un pensiero progettuale che si fa percorso di trasformazione

L’architettura rigenerativa non si configura come uno stile specifico, né come un metodo tecnico isolato: rappresenta, innanzitutto, una posizione etica e filosofica. Essa propone una nuova prospettiva sul progetto che, da semplice intervento sulla materia, diventa un’esperienza trasformativa per coloro che abitano, progettano e partecipano.
Alla base vi è un’idea semplice e radicale: ogni spazio è vivo, perché in costante relazione con la vita che contiene, attraversa, riflette o genera. Abitare non è occupare un luogo, ma trasformarsi con esso. E progettare non è un semplice dare forma, ma accompagnare un processo di spostamento del punto di equilibrio, da una condizione di partenza – spesso disfunzionale, frammentata, incolta – verso una nuova configurazione più armoniosa, funzionale e autentica.
All'interno di tale orizzonte, il progetto non è un oggetto finito, ma un percorso dialogico. Si parte da un ascolto profondo – delle persone, dei luoghi, delle relazioni e dei bisogni – e si avanza per approssimazioni successive, iterando concetti, emozioni e scelte tecniche. Il cantiere, allora, non è solo un luogo di costruzione fisica, ma un laboratorio in cui si ridisegnano abitudini, ruoli, identità.

𝗜𝗹 𝗰𝗼𝗿𝗽𝗼, 𝗹𝗮 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲, 𝗹𝗮 𝗻𝗮𝘁𝘂𝗿𝗮

Il primo impegno è verso la salute dell’abitare. Geometrie ordinate, bioclimatica, luce, materiali naturali, non sono solo “buone pratiche”: sono condizioni di cura, che il progetto ha il compito di assicurare. La casa, il luogo di lavoro, lo spazio collettivo devono rigenerare chi li abita – fisicamente, mentalmente, emotivamente.
Laddove la progettazione moderna ha spesso disgiunto tecnica e percezione, la pratica rigenerativa li riunisce: un ambiente ben disegnato è un ambiente che calma, sostiene, ricarica. È, in senso pieno, uno spazio terapeutico.

𝗜𝗹 𝗹𝗲𝗴𝗮𝗺𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗺𝗮𝘁𝗲𝗿𝗶𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗴𝗲𝘁𝘁𝘂𝗮𝗹𝗲

Ogni progetto rappresenta anche un atto relazionale. L'architettura rigenerativa non vede l'edificio come un'entità completamente autosufficiente, ma come un ponte tra polarità: interno ed esterno, individuo e comunità, tradizione e innovazione.
Il collegamento con la natura, con il contesto e con il genius loci non è una questione di estetica nostalgica, ma una fonte generativa di senso. Tuttavia, questo non preclude l'innovazione; lo spazio può esprimere un'identità marcata e sperimentare forme, materiali e tecnologie, a condizione che ciò avvenga nel rispetto della trama relazionale in cui si inserisce.

𝗧𝗲𝗰𝗻𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗮 𝗥𝗲𝘀𝗽𝗼𝗻𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗲

L'innovazione tecnologica costituisce un elemento essenziale di questo approccio; tuttavia, non rappresenta il fine ultimo, bensì un mezzo. L'utilizzo della tecnologia pone l'accento sulla responsabilità.
La Techno-Sostenibilità implica l'impiego della tecnologia per migliorare il benessere, ottimizzare il tempo e ampliare le opportunità umane, riducendo al contempo l'impatto ambientale e migliorando la qualità della vita.

𝗜𝗹 𝗽𝗿𝗼𝗴𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗲𝗰𝗰𝗵𝗶𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗮𝘂𝘁𝗲𝗻𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁𝗮̀

Una delle rivoluzioni più delicate della progettazione rigenerativa riguarda il soggetto che abita. In un tempo saturo di ruoli, performance e immagini, l’architettura può offrire una pausa: uno spazio in cui l’individuo si riscopre nella propria autenticità.
Questo avviene quando si sospendono i cliché – il “cosa ci si aspetta” da un'abitazione, da un ufficio, da una piazza – e si entra in ascolto dei gesti, dei ritmi, dei bisogni profondi. Il progetto diventa così specchio e speculazione: ciò che si costruisce fuori aiuta a vedere meglio ciò che si è dentro. È un atto di verità, e a volte, di liberazione.

𝗖𝗼-𝗰𝗿𝗲𝗮𝗿𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗮𝗽𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲𝗻𝗲𝗿𝗲

Infine, la rigenerazione non è mai solitaria. È un atto collettivo. Coinvolgere futuri abitanti, artigiani, tecnici, comunità locali non è solo un gesto democratico: è strategia progettuale.
La co-partecipazione genera soluzioni più adatte, più resistenti nel tempo, più “abitate” fin dall’inizio.
Ogni progetto è anche un’occasione per coltivare capitale relazionale. E più il processo è condiviso, più lo spazio sarà sentito come proprio – anche nei suoi cambiamenti futuri.

𝗘𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘃𝗶𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲

Questo approccio implica una precisa postura etica. La visione guida ogni scelta, e viene prima dell’economia, che ne è solo uno strumento applicativo.
Ogni intervento deve valutare i suoi effetti sul lungo termine: sulle persone, sull’ecosistema, sulla cultura.
Ciò che è sostenibile solo nei numeri, ma sterile nel senso, non è rigenerativo.

𝗖𝗼𝗻𝗰𝗹𝘂𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲

L’architettura rigenerativa non è un insieme di soluzioni, ma un atteggiamento progettuale. Si fonda su una fiducia profonda: che lo spazio possa davvero aiutare le persone a vivere meglio, a conoscersi, a relazionarsi, a evolvere.
E che ogni progetto possa essere, prima che un prodotto, un atto di rigenerazione – reciproca – tra chi progetta e chi abita.

𝗘𝗗𝗜𝗙𝗜𝗖𝗜𝗢 𝗖𝗢𝗠𝗘 𝗦𝗜𝗦𝗧𝗘𝗠𝗔 𝗥𝗘𝗟𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗔𝗟𝗘Quando progettiamo un edificio pensiamo sempre a come dialogherà con lo spazio che lo c...
30/05/2025

𝗘𝗗𝗜𝗙𝗜𝗖𝗜𝗢 𝗖𝗢𝗠𝗘 𝗦𝗜𝗦𝗧𝗘𝗠𝗔 𝗥𝗘𝗟𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗔𝗟𝗘

Quando progettiamo un edificio pensiamo sempre a come dialogherà con lo spazio che lo circonda. Il confine tra dentro e fuori non è più una linea netta, ma un gradiente di relazioni che coinvolge forma, verde, suolo e finiture.

Frammentare il volume è il primo passo. Scomporre la massa in corpi più piccoli consente alla luce di penetrare su più fronti, genera prospettive e riduce l’impatto percettivo: l’edificio non si impone, ma si “spezza” in volumi che riprendono la scala del contesto. In termini tecnici parliamo di articolazione dell’involucro: arretramenti, logge e quinte verticali che smaterializzano il perimetro continuo e migliorano il comportamento termico estivo dei fronti più esposti riducendo l'assorbimento di calore.

Il secondo ingrediente è il verde integrato. Vasche pensili, parapetti‐fioriera e tetti giardino formano un sistema bioclimatico attivo: schermano l’irraggiamento estivo, trattengono polveri sottili, aumentano l’evapotraspirazione e, soprattutto, portano la natura all’altezza dello sguardo. Il prospetto diventa una living façade che evolve nel tempo.

A terra, il progetto prosegue con la definizione del giardino. Percorsi morbidi, essenze autoctone e quote differenziate prolungano la casa verso l’esterno, trasformando il paesaggio in un’estensione abitata. La continuità visiva pavimento–prato, insieme alla permeabilità dei confini, permette di percepire lo spazio come un unicum fluido.

Infine, la matericità: mattone, calcestruzzo faccia a vista e legno dialogano con i cromatismi naturali del sito. Il mattone restituisce calore e memoria costruttiva; il calcestruzzo, lasciato a vista, aggiunge neutralità scultorea e massa termica; l'uso del legno introduce variazioni tattili e contribuisce all'assorbimento della CO₂. Accostati con fughe e textures calibrate, questi materiali ancorano l’edificio al luogo e valorizzano il dialogo con il paesaggio.

In sintesi, progettare l’architettura come un organismo relazionale significa far sì che ogni scelta – volumetrica, paesaggistica o materica – lavori per avvicinare l’abitare quotidiano ai ritmi e ai colori della natura, trasformando il confine fra interno ed esterno in uno spazio vivo, condiviso e sostenibile, senza rinunciare all’identità architettonica che conferisce carattere, coerenza e riconoscibilità all’intervento.

Nelle immagini un concept che interpreta il tema.

10/03/2025

"Stabilità" & 'Creatività'

L'Architettura è, almeno in una certa misura, un atto creativo, quindi espressione della dimensione immaginativa dell'Uomo.

Consideriamo invece la definizione di ort odossia quale risultato finale di un processo di oggettivazione e stabilizzazione, fondato sulla dialettica formalismo-finzione.

Che relazione può sussistere tra stabilità e immaginazione, quindi, potremmo anche dire, tra razionalità e immaginazione?

E quale tra le due coppie:
razionalità-immaginazione,
formalismo-finzione?✂️

L'arte concettuale è una corrente artistica che ha guadagnato importanza a partire dagli anni '60. Nell’arte concettuale...
08/03/2025

L'arte concettuale è una corrente artistica che ha guadagnato importanza a partire dagli anni '60. Nell’arte concettuale, l'idea o il concetto alla base dell'opera è considerato più importante della sua realizzazione estetica o materiale. Artisti come Marcel Duchamp, Joseph Kosuth e Sol LeWitt hanno giocato un ruolo fondamentale nel definire tale corrente, mettendo in discussione i confini tradizionali dell'arte e spostando l'attenzione dal prodotto finito all'intento e al pensiero che lo ha generato.
Si può tracciare un parallelismo interessante tra l'arte e l'architettura, poiché entrambe le discipline, in alcune loro declinazioni, privilegiano l'idea e il concetto alla base dell'opera, piuttosto che la mera forma o la tecnica esecutiva. Il parallelismo tra arte concettuale e architettura si fonda sull'idea che il valore di un'opera non risieda soltanto nel suo aspetto esteriore, ma nella capacità di veicolare un contenuto profondo. In entrambi i casi, l'importanza è data alla sintesi tra forma e concetto, trasformando l'atto creativo in un processo di critica e di rivelazione della realtà. Questo approccio permette all'architettura di elevarsi a forma d'arte.
Possiamo individuare alcune caratteristiche comuni tra i due ambiti:
1- L’idea posta come fondamento del processo generativo della forma. In architettura, il progetto è guidato dall'idea che definisce il senso dell'edificio, la forma e l'estetica diventano così strumenti per veicolare un messaggio o una riflessione critica sulla società, sul tempo o sulla cultura;
2- Entrambe le discipline sfidano le convenzioni: gli artisti concettuali mettono in discussione il valore dell'oggetto, mentre gli architetti concettuali interrogano la funzione, lo spazio e il rapporto tra costruito e ambiente. Questo approccio consente una ridefinizione dei limiti e delle aspettative, aprendo la strada a soluzioni innovative e spesso provocatorie;
3- Nell’arte, come nell’architettura, vi è un approccio volto a stimolare il pensiero critico. In architettura, in particolare, progetti che partono da un concetto forte possono esprimere idee complesse sul modo in cui viviamo, sulla natura dello spazio urbano o sulle dinamiche sociali, trasformando l'edificio in un medium di riflessione e comunicazione, in tal modo l'edificio diventa un'idea materializzata.

Architetti, come Peter Eisenman o Rem Koolhaas in alcuni progetti, hanno adottato un approccio che enfatizza il concetto alla base del progetto. Le loro opere non sono soltanto risposte funzionali a un contesto, ma interrogazioni sulle strutture culturali, sociali e temporali che definiscono il modo di vivere lo spazio.

Un esempio emblematico di architettura concettuale è House VI di Peter EiseNman, un edificio, realizzato tra gli anni '60 e '70, che mette in discussione e rielabora i concetti fondamentali dello spazio abitativo. Eisenman utilizza piani Ortogonali, griglie, dislocazioni e frammentazioni per creare una composizione che non risponde unicamente a necessità pratiche, ma diventa un laboratorio di idee. La struttura sfida la tradizionale relazione tra interno ed esterno, costringendo l'osservatore a interpretare il significato dei volumi e delle superfici. Il progetto mette in evidenza come la percezione dello spazio sia influenzata da schemi concettuali preesistenti. In questo senso, House VI diventa una “lettura” spaziale, dove la disposizione degli elementi architettonici è una risposta a un processo dialettico, in cui l'ordine e il caos interagiscono per produrre una nuova visione dell'abitare. Nel progetto di Eisenman la casa non è semplicemente un riparo, ma un testo in cui la teoria architettonica si materializza, e dove il gesto progettuale stesso – la scelta delle forme, la loro disposizione e il gioco tra luce e ombra – diventa strumento di espressione filosofica. L’edificio incarna un processo in divenire che diventa oggetto a sua volta: House VI è infatti una "manifestazione cinematografica" del processo trasformativo. Ciò significa che l'edificio conserva al suo interno le tracce e le fasi evolutive del progetto, tanto che il percorso che ha condotto alla sua realizzazione diventa inseparabile dal prodotto finito. La chiave del progetto sta proprio in questo, il processo stesso di trasformazione – simile a una serie di "stills" cinematografici compressi nel tempo e nello spazio – si trasforma in oggetto. Una visione che permette di esplorare le potenzialità dell'architettura, andando a scavare in quei meccanismi intrinseci alla creazione spaziale, solitamente oscurati da preconcetti culturali.
L’abitazione presenta "idiosIncrasie" che possono essere interpretate come segni di un ordine geometrico alternativo – topologico – che opera a livello concettuale, rivelando una struttura più profonda e meno convenzionale. La specifica disposizione di solidi e vuoti crea tensioni e compressioni, percepite non tanto in conseguenza della posizione effettiva delle pareti, ma della concezione del loro potenziale. La mente, infatti, tenta di "riordinare" questi elementi, e in questo tentativo emerge una sensazione di deformazione o articolazione che costringe lo spettatore a interrogare le modalità con cui lo spazio viene percepito.

House VI, quindi, non è solo un oggetto d'arte o un'abitazione, ma un laboratorio vivente di idee, dove il processo di generazione e la trasformazione dello spazio si fondono in un'unica, complessa espressione che sfida le regole tradizionali e invita a una nuova percezione della realtà architettonica.

Indirizzo

Turin

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