02/04/2017
Nessuno potrà toglierci le soddisfazioni, il piacere e la passione con cui abbiamo lavorato.
SPARTITI
Sono nata su progetto di menti calcolatrici.
Ho sane fondamenta e sono cresciuta piano piano, mattone dopo mattone.
Sono in vendita, contro la mia volontà.
Sono voluminosa e bisognosa di cure, di mani guantate. Vado vissuta.
Sono accogliente e spesso visitata. Da Anna, sempre in compagnia di persone diverse.
Sono appartenuta a qualcuno che ora non è più qui. E valgo tanto.
Pagano per avermi. Anche per un breve lasso di tempo, il tempo di una vita.
Scrivono di me sui giornali e su internet. Ma non sono famosa. Sono solo una delle tante.
Però potrei essere per te la sola.
Al momento sono vuota, non ospito nessuno.
Qualcuno mi cerca, chiama per un appuntamento: da me, con Anna.
Lei è un’agente, quasi atmosferico.
Se c’è lei le imposte si aprono dopo periodi bui, senza stagioni.
Se c’è lei respiro aria pulita.
Se c’è lei penso meno al passato, al mio vecchio proprietario. E immagino l’imminente futuro.
Se c’è lei qualcuno è interessato a me.
A me piace Anna, mi tiene compagnia, mi fa sentire meno sola quando non sono abitata, e ormai non lo sono da tanto tempo.
Mi tiene in ordine per quanto le è possibile.
Se c’è lei sento declamare le mie doti.
Ho un’ottima esposizione e una buona suddivisione degli spazi interni. Soddisfo qualsiasi tipo di esigenza. Quindi sono polivalente, trasformista. E in pieno centro.
Ma ho caratteristiche particolari che stupiscono, perciò spesso i possibili acquirenti scappano.
Ho un pavimento di lastre quadrate di marmo grigio, chiaro, venato. Ho pareti spesse, rigate a diverse altezze da pentagrammi su cui compaiono segni neri, musicali: sono rivestita di spartiti. Ho un soffitto piano, semplice, bianco.
Ho un cucinino con un lavabo triste perché in secca, e pentole ramate appese in bella vista. Ho un bagnetto con una doccia dai vetri opachi e sanitari nascosti. Ho un corridoio con libreria e scala. Ma i libri sono spariti. Ho una camera da letto con un balcone e due letti singoli uniti.
Ho un maestoso soggiorno governato da un pianoforte a mezza coda di mogano laccato.
Il mio ultimo proprietario stava soprattutto lì, sullo sgabello di velluto verde.
A un passo dall’ingresso, a un passo dalla porta.
Fuori, sul pianerottolo, aveva una targhetta in ottone che portava il suo nome: Alfredo.
Fu Anna a darmi a lui.
Lui mi aveva vista un giorno, passando per la via, e mi aveva voluta. Per sé e la sua musica.
Aveva chiamato Anna per conoscermi meglio.
Fui tutta ad un tratto sua e da riempire.
Alfredo portava poco con sé.
La prima cosa, la più ingombrante da accettare fu il suo strumento, l’oggetto per cui viveva.
Era avvolto in coperte di lana, tenute insieme da corde annodate tra loro; le gambe erano protette da calze trasparenti, di plastica a bolle e scotch.
Alfredo aveva assistito a quel trasloco temendo il peggio, fissando i movimenti del braccio meccanico, impaziente di veder atterrare quel pesante fagotto.
Mentre le rotelle dorate toccavano il pavimento, realizzavo di avere un nuovo proprietario.
Con un inquilino particolare. Non un fastidioso animale domestico: un gatto peloso o un cane nervoso, e annessi bisogni espulsi erroneamente sotto il mio naso. Avevo a che fare con una bestia che negli anni aveva addomesticato il suo padrone.
La prima cosa che lui fece fu spogliarla. Le coperte si fecero soffice tappeto. Chiuse le finestre perché il sole non doveva bagnare il legno.
A malincuore, glielo leggevo in viso, rimandò la prima sonata.
Doveva sistemare qualcosa dentro me.
Il materasso bianco sporco, l’armadio ereditato, la lampada verde; i vestiti fuori moda, le scarpe screpolate; la coppia d’asciugamani sfilacciati, lo spazzolino dalle setole impazzite; le padelle raschiate, le posate antiche, i vasetti delle spezie.
Vidi Alfredo svuotare le poche scatole di cartone e scrutarmi, allora incontaminata e anonima.
Ma non per lui, che vedeva in me fogli bianchi da riempire e area da musicare.
Apprezzava la buona cucina quasi quanto la buona musica.
Suonava e mangiava saporito.
Amava gli accidenti, gli accostamenti improbabili e imprevisti.
Cercava perlopiù gusti e suoni sghembi, ammiccanti, ironici. Sperimentava armonie e ricette.
In cucina inventava e preparava i suoi brevi pasti.
Ma viveva in salotto, con bemolli dolenti e diesis empatici, una matita sul leggio deserto, la mente sgombra e un cuore come metronomo.
Non aveva orari per quel nutrimento.
Lavava le mani, sedeva ricurvo, fissava quegli ottantotto tasti taciturni e tirava un lungo respiro per iniziare ogni giorno il suo lavoro.
Alfredo componeva, con un piede a terra e l’altro su uno dei pedali, tenendo gli occhi chiusi.
Li riapriva per alzarsi e trascrivere sui miei muri: chiavi, tempi, semiminime, crome, accordi e pause. Scrivendo mi faceva un leggero solletico. Le sue note, rinchiuse nelle battute, erano originali.
Così mi riuscì simpatico Alfredo.
Non usò mai un trapano per inchiodare quadri alle mie pareti.
Non mi mostrò fotografie. Sembrava non avesse ricordi, nemmeno pensieri. Se non in musica.
Non possedeva un telefono fisso. E il cellulare era sul fondo di una valigia, scarico dalla noia di non poter squillare.
Era solo. Forse infelicemente.
Il mio unico abitatore era un autonomo e anarchico produttore di onde sonore.
Ad alta frequenza e a varia intensità.
Mi ero abituata a lui, a godere del silenzio quando Alfredo a lui mi concedeva e a partecipare alla melodia quando Alfredo a lei mi iniziava.
Un giorno il trillo del campanello entrò nella nostra partitura.
Non aspettavamo nessuno, e lui pensò ad un triangolo nel suo nuovo pezzo.
Spiando, sulla mia soglia, sentì di dover aprire quella porta.
"Salve, sono la sua vicina, Daria. Sono una violinista."
Lei sorrise. E gli occhi di Alfredo risposero.
"Non ho potuto fare a meno di sentire che anche lei suona…"
Da quel giorno scrissero a quattro mani.
Io divenni piccola per loro, che divennero grandi musicisti.
Il mondo divenne la loro casa.
per gentile concessione di
Francesca Di Bitetto