12/11/2020
GEOMETRIE PURE E ARCHITETTI OSSESSIONATI
Ho sempre amato la geometria. Geometria e matematica: le mie materie del cuore, quelle che non fai fatica a studiare, quelle che – sì, sono fortunata – ti vengono naturali, quelle di cui fare gli esercizi era il momento di divertissement nella giornata di studio.
Tutti i professori al liceo mi consigliavano di iscrivermi alla facoltà di matematica: io avevo paura di non essere abbastanza geniale e di finire a fare l’insegnante frustrata odiando tutti gli allievi. Forse ora, se avessi seguito quella strada, sarei ricchissima dopo aver inventato qualche algoritmo per sorvegliare le vostre vite!
Così scelsi architettura; un amore viscerale già dall’infanzia? Il sogno di sempre? La voglia di ridisegnare il mondo? Nulla di tutto ciò. Una scelta razionale: la facoltà che univa il mio interesse per le arti e la mia facilità innata nelle materie scientifiche. L’amore è venuto dopo, con calma, forse proprio come nascono gli amori maturi: una conoscenza continua e lenta, che porta alla scoperta reciproca, a capire che la vita è migliore con l’altr*, ma che però si può vivere anche senza.
Nel frattempo ho dimenticato come si fa uno studio di funzione e non so neanche più calcolare il volume di un solido… forse più in là prenderò una seconda laurea!
Riguardando però i progetti di questi 10 anni di lavoro mi sono resa conto di una cosa: i miei lavori non sono riconoscibili stilisticamente ad una prima occhiata, come quelli di tanti altri architetti che stimo. C’è tuttavia qualcosa che, ad un occhio più attento, li accomuna tutti. Una sottesa ben riconoscibile, l’utilizzo di volumi puri (quando possibile) e la ricerca di un ordine matematico inconscio.
Ecco dove sono finite la mia matematica e la mia geometria: sono dentro di me, come strumento inconscio per progettare e disegnare lo spazio.