16/04/2026
Video tributo:
“Ode inevitabile ad Aldo Scarpis”
Ci sono persone che aprono porte. Non le loro porte, che sono già aperte, le porte degli altri. Porte che gli altri non sapevano di avere, o che avevano smesso di cercare. Aldo Scarpis è una di queste persone.
Per cinque anni, ogni martedi sera, in questo studio, ha aperto dodici porte a stagione. Dodici film. Dodici mondi interiori. Dodici occasioni di sedersi nel buio e guardare qualcosa che non si era ancora pronti a vedere davvero.
Un cineforum, una serata culturale, un’attività tra le altre, diventa invece qualcosa di molto più raro: un atto di cura. Un lascito vivo e duraturo di una sensibilità dello sguardo che contagia il nostro modo di guardare irreversibilmente.
Aldo non commenta mai film piuttosto li abita, li attraversa dall’interno.
Porta il pubblico dentro, non davanti all’opera da fuori, come un critico cinematografico farebbe. Ci passa le sue emozioni di spettatore prima che il suo sapere di professore e cinefilo sagace.
Sa far vedere ciò che c’è già, cosa difficile quanto mai, dimostrandoci nei fatti che un film non è un tanto oggetto da analizzare in semplice contemplazione ma un’esperienza da vivere con tutte le antenne aperte e il cuore sintonizzato, soprattutto.
Guardando indietro alle cinque edizioni del Cineforum, un filo emerge con chiarezza crescente. Aldo ha sempre avuto un’attenzione particolare – una predilezione – per i film che raccontano lo spettro più ampio della coscienza femminile in particolare.
Non la donna come oggetto dello sguardo maschile, amata, idealizzata, maltrattata, repressa, ma la donna come soggetto pienamente affermato a dispetto del contesto avverso: una figura che porta in sé una verità che il mondo intorno a lei fatica ancora a riconoscere, persino quando si sta negli stereotipi femminilistici dei film hollywoodiani dell’epoca d’oro.
Cabiria che cade e si rialza e sorride ancora. Joan Crawford che costruisce un’identità di ferro sopra una ferita che non nomina. Geneviève che piange cantando alla stazione. Wendy Hiller che rinuncia al progetto sbagliato per scegliere la vita giusta. Maggie che si guarda nello specchio cercando una risposta che Brick non sa darle. E poi Anna dei miracoli_Anne Bancroft, Deborah Kerr, Kinuyo Tanaka_O-Haru, e poi Lyz, la Hepburn, Agnès Varda, la Deneuve, Jaquelisn Sassard, Simone Signoret, Angela Lansbury, Julie Christie, Lea Massari, Jeanne Moreau, F***y Ardant, Natalie Wood, Bette Davis, Tilda Swinton, Machiko Kyô, Janet Leigh, Ava Gardner, Joan Fontain, Danielle Darrieaux, Sheila Sim, Janet Gaynor, Brigitta Pettersonn, Corinne Marchand, Claire Trevor, e ancora la nostra Giulietta Masina.
Loro sono state le vere protagoniste di tutti questi film.
Certo, ci sono i grandi registi a dirigerle, da Bergmann a Mizoguchi da Renoir a Powell e Pressburger, e certo grandi attori da Mifune a Orson Welles a star loro accanto, da Henry Fonda a Piccoli e De Sica; ma restano le donne l’asse di rotazione di tutta la faccenda. Con l’impressionante capovolgimento logico per cui il clichè più retrivo è portatore occulto di valori antesignani liberatori, molto radicali e tutt’altro che paternalistico-patriarcali. Cifre nascoste immesse in un linguaggio di genere (cinematografico) che però lo tradiscono da dentro in modo sottile, lo ribaltano anche, senza che le Majors se ne accorgano nemmeno. E questo protagonismo femminile definisce un’evidenza fatta sparire davanti agli occhi nella struttura drammatica convenzionale: c’è una potenza e anche un potere del ‘femminile profondo’ che trascende epoche e condizioni sociali, contesti culturali, etnie e psicologie, e che obbliga ad una presa di coscienza che – senza cancellare le disparità storiche patenti che qui non ha senso richiamare – la ‘Donna’ più che ‘resiliente’ come si usa dire oggi, è proprio un motore della Storia, e della coscienza umana tutta. Lo è sempre stata e lo sarà sempre, sempre di più.
I titoli dati alle cinque rassegne sono un ulteriore palinsesto per una visione di quell’universo parallelo che è il Cinema in questa chiave:
“L’innocenza ritrovata”, “L’occhio che uccide”, “La Bellezza non svanirà”, “Via col vento”, e l’ultimo
“Il risveglio della coscienza”, che più finale ed emblematico di così non si poteva. Parafrasiamo: “Si ritrova l’innocenza perduta se si ha chiaro che dobbiamo essere in grado di reggere lo sguardo che uccide le nostre illusioni, e a quel punto anche ciò che ci sembrava portato via dal vento del Tempo e dal Destino avverso, solo a condizione che la nostra coscienza si risvegli comprenderà che solo una cosa ci resta da fare, non perdere di vista la Bellezza, che non svanirà, se le restiamo fedeli noi”. Ma ognuno può comporre il suo rosario mentale con questi titoli, e non si sbaglierà.
Infatti, alla fine di queste cinque edizioni è stata proprio una coscienza, più coscienze, che si sono svegliate guardando questi film in una prospettiva inedita. Le nostre di spettatori, ascoltatori dell’ermeneutica scarpisiana.
La coscienza, come dice Sondheim e tutta la Psicanalisi, si sveglia sempre in ritardo, paga sempre un costo altissimo. Ma si sveglia. Ad un certo punto si sveglia.
E dunque in questo video omaggio, c’è la nostra Desirèè/Judi Dench. È lei la voce occulta di tutto questo viaggio nella Settima Arte. Nel musical “A little Night Music” di Stephen Sondheim, (non a caso il vero cantore del rimpianto inesorabile e dell’accettazione elaborata verso la vita che ci aspetta, con lirismo e lucidità fusi in modo non contraddittorio tra loro) smette di recitare ed inizia a cantare.
E in quel canto dice al suo uomo mancato e sempre amato: sono arrivata tardi. Alla mia stessa vita, sono arrivata in ritardo. Ma…
C’è quel ma.
Non è un lamento. È una constatazione ironica, lucida, tenera, severa senza rimprovero. Di chi ha visto abbastanza da sapere che il ritardo è una condizione umana normale, e che questa consapevolezza, invece di schiacciare, più spesso ci può liberare, con un atto di autocompassione sofferto ma solenne.
Aldo dunque è stata la nostra Désirée.
Sogna di raccogliere fiori invisibili su un palco vuoto, e diventa coscienza narrante di chi avendo vissuto abbastanza può guardare indietro con ironia e affetto su ogni appuntamento mancato, errore commesso, fatalità sopraggiunta a rovesciare la gloria in caduta. E proprio come lei, ha la rarissima ed invidiabile capacità di trasformare la malinconia in luce, il lutto in cantico, la condivisione in rituale catartico.
In una sala buia di uno studio di architettura milanese, l’amore per il cinema si è tradotto nell’amore per una promessa di vita sempre rinnovabile e sempre, in qualche modo, mantenuta, con o senza l’ausilio sopravvalutato della Speranza. C’è Saggezza che non ha bisogno di quella stampella.
E se per un momento sembra tutto precipitare, un attimo…, chiamate i clown, fateli entrare in scena a intrattenere il pubblico, che non si accorga del disastro in corso, e poi tutto riprenda come doveva essere, appena hanno finito la loro parata diversiva.
Questo video che state per vedere è un piccolo omaggio a lui, fatto cercando per una volta di guardare noi coi suoi occhi.
Le immagini che scorrono sono i suoi pensieri.
La voce che canta è la sua voce.
“Where are the clowns? Send in the clowns!”
“Don’t bother they are here”
E se non ci sono, ci saranno.
“…maybe next here”
Grazie, Aldo.
Progetto Daedalus
Studio di architettura rbsgroup