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“Pueblo” nasce da una serie di esperienze autorganizzate che sentono l'esigenza della costruzione concreta di pratiche politiche e sociali che rimettano al centro gli interessi del “popolo”. Lo Spazio Pueblo organizza iniziative sociali per il quartiere, incontri, dibattiti, presentazioni di libri e tanto altro per creare nuove forme di partecipazione diretta dal basso in un mondo in cui gli interessi dei lavoratori, dei disoccupati, degli studenti vengono quotidianamente calpestati da chi dovrebbe tutelarli.

Una donna ha denunciato il suo ginecologo per violenza sessuale. Lo scorso maggio, il Tribunale di Nocera Inferiore ha c...
25/10/2026

Una donna ha denunciato il suo ginecologo per violenza sessuale. Lo scorso maggio, il Tribunale di Nocera Inferiore ha condannato il medico in primo grado. Qualche mese dopo, lo stesso ginecologo è stato individuato dall’AOU San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona per garantire le attività del nuovo ambulatorio ginecologico dell’ospedale di Cava de’ Tirreni.

Provate a immaginare di essere una donna, magari non benestante o, peggio ancora, di origini straniere. Di trovare il coraggio di denunciare il proprio medico, di affrontare un processo, di raccontare tutto quello che è accaduto davanti a un tribunale, mentre si guarda negli occhi una comunità che ti addita come una squallida arrampicatrice sociale. Di ottenere dal giudice di primo grado, lette le carte del processo, una condanna dell’imputato.

Ora immaginate, dopo tutto questo, di scoprire che l’istituzione sanitaria ospedaliera di Salerno e Cava decide — mentre il processo è ancora in corso, nei diversi gradi di giudizio previsti — di affidare proprio a quel medico un servizio pubblico destinato alla salute sessuale e riproduttiva delle donne.

Si parla molto, in questi anni, della necessità di proteggere chi subisce violenza. Noi pensiamo che una decisione come questa rappresenti l’esatto contrario di una tutela: calpesta quel coraggio che le istituzioni, a parole, invitano continuamente ad avere. La sentiamo sulla nostra pelle come un’ulteriore violenza, questa volta psicologica e di matrice istituzionale. Tutto il resto, per quanto ci riguarda, viene dopo.

L’apertura dell’ambulatorio è una buona notizia, attesa dopo oltre dieci anni di mobilitazioni. È anche il risultato dell’impegno di chi, come noi e tanti altri, non ha mai smesso di lottare per la sanità pubblica a Cava, al fianco del comitato attuale e di quelli che, nel tempo, hanno svolto un prezioso lavoro di sensibilizzazione e mobilitazione. È altrettanto necessario ribadire, tuttavia, che la chiusura del reparto di Ginecologia e Ostetricia ha lasciato un vuoto enorme nell’assistenza sanitaria sul territorio, che le sole visite ambulatoriali non possono certo colmare.

Del medico chiamato a dirigere l’ambulatorio non diremo altro. Precisiamo che nessuno mette in discussione il principio della presunzione di innocenza, che deve essere garantito fino all’ultimo grado di giudizio. Tuttavia, rivendichiamo il sacrosanto diritto di esprimerci a tutela delle donne.

In un mondo in cui i processi penali assumono spesso contorni grotteschi, deformati da televisioni e giornali che sbattono il mostro in prima pagina senza alcun rispetto per gli esseri umani coinvolti in vicende dolorose, ci troviamo di fronte all’ennesimo corto circuito, tutt’altro che casuale: proprio in questo caso, in cui una donna ha denunciato di aver subito violenza, le voci di indignazione che si sono levate sono state poche.

Tra queste ci siamo senz’altro anche noi. Rispettiamo le garanzie costituzionali riconosciute al medico, ma scegliamo di dare ascolto a un principio che riteniamo fondamentale, mutuato dal movimento femminista e dalle grandi mobilitazioni degli ultimi anni: sorella, noi ti crediamo!

Riteniamo che la nomina del dott. Palazzo sia politicamente incresciosa, irrispettosa e inopportuna nei confronti di tutte le donne che, in ogni parte del mondo, stanno portando avanti un percorso lento e faticoso di fuoriuscita dalla violenza.

Non ci interessa la rissa di questi giorni tra le pazienti «amiche» del dottore e le persone che non hanno mai provato simpatia per lui. Il rischio è quello di finire ancora una volta nelle sabbie mobili in cui Cava de’ Tirreni resta impantanata ogni volta che si presenta l’occasione di articolare discorsi più impegnativi, perché politicamente scomodi, dalla parte di chi è più debole.

Una città forte con i deboli e debole con i forti non sarà mai la nostra città.

Agli ignavi, a chi si volta dall’altra parte e chi di questa storia fa finta di non saperne nulla, auguriamo solo, nella vita, di trovarsi accanto sempre un potente che li protegga. Eppure la vita è una ruota. A volta la storia ci ha mostrato sconvolgimenti che hanno capovolto sistemi di potere che sembravano inscalfibili.

È per questo che continueremo a gridare le nostre idee, nonostante il perbenismo e l’amichettismo vorrebbero imporci il silenzio, l’omertà e l’obbligo di essere amiche di «tutti».

Non è la prima volta che, a Cava, le donne vengono dopo. Questa città ha perso il suo reparto e per dieci anni ha ricevuto in cambio una promessa. Oggi quella promessa si materializza in una versione ridotta, appiccicata con la saliva e affidata senza aver ascoltato la voce delle donne a cui il servizio dovrebbe essere destinato.

Le donne di questa città meritano di più.

Milano blindata, cariche violente a Torino e Roma, decine di persone manganellate a Padova mentre protestavano con le ma...
25/10/2026

Milano blindata, cariche violente a Torino e Roma, decine di persone manganellate a Padova mentre protestavano con le mani alzate. Ieri sera a Bologna, lo Stato ha superato il punto di non ritorno massacrando di botte un giovane fino alle convulsioni. La polizia ha sparato un idrante contro l'ambulanza che cercava di soccorrerlo.

Ma chi sono questi "criminali" da reprimere con ferocia bellica? Sono studenti, lavoratori, famiglie, persone che scendono in piazza per l'integrità stessa della propria esistenza, per opporsi ad un carovita ormai insostenibile, affitti alle stelle, servizi pubblici azzerati, salari da elemosina.

È la carne viva di un Paese in cui la povertà è diventata di massa e dove, pur lavorando, non si arriva alla fine del mese.

La risposta dello Stato a questa disperazione è il sangue sul selciato. Cercano il pretesto perfetto per trasformare la protesta sociale in un problema di ordine pubblico, di lotta al terrorismo legittimando così la stretta autoritaria definitiva.

Fabbricare il consenso costruendo a tavolino un nemico interno, una minaccia artificiale per scatenare il panico morale e giustificare lo stato d'assedio. Chi non può pagare le bollette o l'affitto viene dipinto come un terrorista nell'Italia del 2026. I grandi quotidiani nazionali e le botfarms lavorano in sinergia per "avvelenare i pozzi" fabbricando un consenso artificiale e orientando sistematicamente il dibattito a colpi di fake news e campagne d'odio mirate.

Tutte le reti TV trasmettono all’unisono e senza alcun contraddittorio, un coro mediatico spaventoso volto a disumanizzare chi manifesta e a ripulire il sangue dalle mani di chi impugna i manganelli.

Il clima politico che legittima questa barbarie non ha precedenti. Siamo davanti a una convergenza bipartisan mostruosa: forze di maggioranza e di opposizione marciano unite, tutte concordi nel delegittimare la politicità di un’intera generazione in lotta decretando che chi rompe una vetrina meriti testa spaccata e dieci anni di galera, mentre chi distrugge la vita di un ragazzo inerme in divisa gode della totale immunità e del plauso generale per aver “abbattuto la minaccia”. È la follia del controllo totale per difendere i profitti di pochi sacrificando la vita dei molti.

Se accettiamo l'attacco frontale, se tolleriamo che si sparino lacrimogeni in faccia alla gente, abbiamo perso ogni briciolo di umanità. Spegnete la propaganda del terrore, riprendiamoci il diritto ad una vita dignitosa.

Dobbiamo proteggerci a vicenda prima che questa carneficina venga usata come alibi definitivo per schiacciarci tutti. Bisogna agire subito, senza se e senza ma.

Rompiamo l'assedio mediatico, riprendiamoci le strade prima che sia troppo tardi. Il 30 Ottobre tutti in piazza, giù le mani dal nostro futuro, giù le mani dal popolo che manifesta!

Nell’ultima settimana l’onda lunga delle proteste che da Parigi a Tirana stanno attraversando l’Europa ha travolto anche...
21/10/2026

Nell’ultima settimana l’onda lunga delle proteste che da Parigi a Tirana stanno attraversando l’Europa ha travolto anche il nostro paese. Secondo le realtà studentesche organizzatrici delle manifestazioni, sono 400.000 le persone che hanno riempito le piazze in tutta Italia. La portata e la determinazione di questi cortei arrivano dopo una settimana di grande agitazione studentesca che ha portato all’occupazione di decine e decine di istituti, in particolare a Napoli, Torino e Bologna.

Se inizialmente le istanze di queste mobilitazioni ricalcavano quelle dei cugini francesi – scuole fatiscenti, classi pollaio e carenza di docenti – ben presto, proprio come in Francia, abbiamo assistito a una netta uscita dallo studentismo: le rivendicazioni si sono moltiplicate, federando le battaglie, legando con un unico fil rouge la lotta contro il caro vita, il riarmo e la crisi climatica, una convergenza rappresentata plasticamente in Puglia, dove studenti e agricoltori hanno marciato fianco a fianco. “Lo facciamo per i nostri genitori”, ha detto qualcuno.

Dopo i fatti di Milano, nel dibattito pubblico è andata in scena la farsa dal solito copione: la politica, affannata nella corsa alla condanna o alla dissociazione, tira fuori dal cassetto delle retoriche i suoi evergreen, dagli infiltrati ai maranza, passando per il rischio della tenuta democratica. Insomma, il classico divide et impera, in cui la propaganda di governo getta fumo negli occhi, offuscando il nostro sguardo sulla realtà. Ma qualcosa è cambiato. Perché a diradare quella coltre ci ha pensato il peggior genocidio di questo secolo. La distruzione della Palestina e del suo popolo è avvenuta e avviene sotto gli occhi di tutti, e questo ha reso le masse depositarie di due verità fondamentali:

1. Il doppiopesismo delle narrazioni egemoni non è più tollerabile, i popoli in lotta scrivono la storia, il potere la racconta al contrario. Il racconto delle cose portato avanti dai media mainstream, quando va bene, è parziale e fazioso, attento a silenziare e oscurare le più gravi violazioni dei diritti umani, come quelle nelle regioni più povere dell’Africa, completamente ignorate nel discorso pubblico. Oppure, peggio, quando va male, è uno strumento per garantire una scorta mediatica a criminali di guerra, politici corrotti e lobbisti senza scrupoli. Quando si prende coscienza di vivere in uno Stato che affama il suo popolo per martoriarne altri, le voci delle sue istituzioni perdono qualsiasi credibilità.

2. Scioperi e manifestazioni non sono l’esercizio fine a sé stesso di un diritto civile, ma pratiche organizzate per rompere gli anelli della catena del valore. I nemici dei popoli hanno il portafoglio al posto del cuore ed è lì che bisogna colpire. Per ottenere risultati è necessario occupare, bloccare, intralciare, scioperare, boicottare, sabotare, sanzionare. Se la normalità è 4 morti sul lavoro al giorno, carburante e beni alimentari alle stelle e affitti impossibili, questa normalità non va salvaguardata, ma sovvertita.

Queste verità sembrano aver sussurrato all’orecchio della nuova generazione una vecchia lezione sessantottina: “Gli adulti sono tigri di carta“. Bestie feroci che ruggiscono ferocemente quando la proprietà sacra al capitale viene danneggiata, e contemporaneamente docili gattini che si strusciano ai piedi di quei potenti che mettono i profitti davanti al futuro dei loro figli e del pianeta.

È una lezione che è stata riscoperta con grande intelligenza e straordinaria creatività: le immagini delle proteste ne sono la prova. Sono piazze capaci di esprimere insieme disagio e voglia di riscatto, di un futuro bello. Arrabbiate e determinate, ma anche estrose, gioiose, a tratti poetiche: sono poetici i costumi da supereroi, strappati ai perimetri degli schermi per essere calati in un immaginario più confacente a dei campioni della giustizia, che non si realizza con crociate individuali, ma stando in mezzo alla gente comune e facendo ba***re il cuore pulsante della storia.

La Gen Z si sta affermando come un soggetto politico capace di autodeterminarsi attraverso il conflitto, sta mandando in frantumi l’immaginario che le è stato costruito attorno, quello dei giovani passivizzati e apatici, narcotizzati dai social e privi di un orizzonte valoriale.

Questo elemento è il più prezioso di questa riflessione, perché quell’immaginario è la base su cui poggia una potente illusione, dal cui inganno siamo chiamati quotidianamente a sottrarci. È l’illusione che sia tutto finito, che, come ci insegna Barbero: “La lotta di classe c’è stata e l’hanno vinta i ricchi”, e quindi non c’è più nulla da fare.

Se questi giorni ci insegnano qualcosa, è che questa grande bugia del capitalismo ha le gambe così corte da inciampare su sé stessa e che la lotta per una trasformazione radicale dell’esistente non è terminata: al contrario, comincia adesso.

📖 Il rivoluzionario e la maestra.Adolfo Wasem è stato dodici anni nelle mani della dittatura uruguaiana, parte di questi...
12/10/2026

📖 Il rivoluzionario e la maestra.
Adolfo Wasem è stato dodici anni nelle mani della dittatura uruguaiana, parte di questi dentro un cunicolo sotterraneo che chiamavano calabozo. Là sotto, con lui, c’era anche José Mujica l’uomo che sarebbe diventato il presidente più povero del mondo. Quarant’anni dopo la sua morte, in una casa nella periferia di Roma, una donna alle prese con l’ennesimo trasloco trova un libro che parla di lui.

Gaja Cenciarelli intreccia i fili di queste due vite perché, nel grande arazzo del dolore, sono due volti diversi di un'unica storia. Puoi perdere tutto quello che hai e non perdere la libertà, ma è una cosa che va scelta ogni volta, anche quando la sola rivoluzione a disposizione si chiama cambiare casa.

Il secondo appuntamento di CHE FATICA (?), la rassegna ideata insieme a Libreria Centopagine e Magmatica Festival, a cui si è unito anche il Forum dei Giovani, guarda al lavoro da qui.

📍 Sabato 24 ottobre, ore 17.00
Forum dei Giovani, Cava de’ Tirreni

CIAO ALFONSO. FIGLIO DELLA CAVA POPOLARE.Oggi un figlio di Cava de’ Tirreni ci lascia.Alfonso è stato un faro.Per chiunq...
05/10/2026

CIAO ALFONSO. FIGLIO DELLA CAVA POPOLARE.

Oggi un figlio di Cava de’ Tirreni ci lascia.

Alfonso è stato un faro.

Per chiunque abbia vissuto i nove scalini della Curva Sud. Per chi abbia voluto, almeno una volta, avvicinarsi alla storia del Movimento 26 de Julio e dei Barbudos, salpati sul Granma all’assalto di un presente rivoluzionario.

Cava de’ Tirreni ha una storia che in pochi conoscono perché messa a tacere da quei pochi soliti noti che ci hanno sempre governato. È la storia della gran parte del popolo cavese, nato e cresciuto alle pendici dei nostri monti, tra le lamiere dei container del post-terremoto. È la storia di chi si è sempre nutrito di pane e Cavese; di chi ha visto i contadini organizzarsi nelle cooperative del tabacco per continuare a far vivere le nostre terre; di chi ha accompagnato i propri papà a lavorare nelle fabbriche dei comuni limitrofi, in cerca di un salario dignitoso.

Non è la storia della “Piccola Svizzera”. E non è nemmeno quella della Cava perbene che le solite, poche famiglie dai cognomi più blasonati hanno voluto tramandare di questa città.

È la storia di tutti noi.

Alfonso ne faceva parte.

Tutta la città, in particolare modo la zona Est, ha conosciuto il suo carisma, la sua nobiltà d’animo, la sua generosità e la sua grande cultura.

Quanti ne avremmo voluti, come lui.
Avremmo cambiato tutto, in questa città e in questa Italia meschina, in un batter d’occhio.

Alfonso non va dimenticato.

Per dirla con Fidel: «A coloro che mi definiscono sognatore, rispondo con le parole di Martí: il vero uomo non guarda da quale parte si vive meglio, ma da quale parte si trova il dovere; e ciò che sogno oggi sarà la legge di domani».

Hai vissuto sognando il nostro stesso mondo, Alfò.

E anche per te, compagno nostro, oggi alziamo i pugni al cielo. Bandiere rosse al vento.
Venceremos.

"Non ce la facciamo più."L'ha detto un uomo seduto sull'asfalto dello svincolo di Pizzo Calabro, il primo ottobre. Dietr...
02/10/2026

"Non ce la facciamo più."
L'ha detto un uomo seduto sull'asfalto dello svincolo di Pizzo Calabro, il primo ottobre. Dietro di lui i trattori, davanti la polizia. I colleghi lo chiamano Antonio. Il video lo abbiamo visto tutti. Passata la compassione, resta una domanda: chi ce l'ha messo Antonio in mezzo alla carreggiata?

Antonio lavora la terra in Calabria. A fine settembre il gasolio costava in media 2,33 euro al litro e in un solo anno fare il pieno è diventato circa il 40% più caro. Quello che produce, invece, non gli viene pagato abbastanza da coprire quello che spende. In questa forbice può sparire una stagione intera e con lei il bilancio di una famiglia.

Questo prezzo non è una fatalità ma uno degli effetti concreti di un’economia di guerra che scarica verso il basso il costo delle crisi geopolitiche. Le tensioni con l’Iran, l’instabilità delle rotte attraverso lo Stretto di Hormuz, la corsa dei mercati finanziari che speculano sul terrore. Ad Antonio, nella sua terra in Calabria, nessuno ha chiesto cosa ne pensasse di questo conflitto globale. Non ha votato nessuna sanzione, non ha schierato nessuna nave. Quella guerra gliel'hanno messa direttamente sullo scontrino.

La stessa guerra, per qualcuno, è stata un ottimo affare. Nel primo semestre dell'anno Eni ha guadagnato 3,6 miliardi di euro, il 43% in più dell'anno precedente. Lo sa bene anche il ministro dell'Economia Giorgetti, che a settembre, davanti ai colleghi europei, ha detto: «Questi non sono profitti da un mercato normale». Bruxelles gli ha risposto che ogni Stato può tassarli per conto suo. Il governo, fin qui, non ha toccato un euro.

Ha preferito un'altra strada. Ha telefonato alle compagnie petrolifere per chiedere un gesto di buona volontà. È nato così il famoso tetto: diesel a 2,19 euro per un mese, in circa metà dei distributori. Nove euro risparmiati su un pieno e ci hanno pure chiesto di festeggiare.

Il tetto, però, vale solo alle pompe di benzina. Camion e trattori fanno rifornimento nell'extra-rete, dove lo sconto non arriva. Le persone sedute su quello svincolo sono esattamente quelle rimaste fuori. A chi chiedeva aiuto da giorni, il governo ha risposto con una misura che lo lascia a secco.

E non è tutto, c'è qualcosa di ancora più grave nel modo in cui ce la vendono. Se accettiamo che un diesel a 2,19 euro sia una buona notizia, abbiamo già accettato che la guerra la paghino le lavoratrici e i lavoratori, ogni mattina, al distributore, in bolletta e alla cassa del supermercato.

Quell'asfalto, in questo Paese, lo conosciamo bene. Per anni ci si sono seduti sopra i ragazzi e le ragazze di Ultima Generazione, a ribadire che un'economia attaccata al petrolio ci avrebbe resi ostaggio di ogni guerra e di ogni rincaro. Nei salotti televisivi li chiamavano ecovandali, e il governo ha finito per scrivere una legge pensata per loro: dal 2025 bloccare una strada con il proprio corpo è reato, e se lo si fa in gruppo si rischiano da sei mesi a due anni di carcere. La vergogna gliel'ha gettata addosso gente che di vergogna non ne ha mai provata.

Chiedevano cose diverse da Antonio, ma partivano dallo stesso punto: un Paese che dipende dal petrolio e che, quando il petrolio diventa un'arma, lascia il conto a chi sta in fondo. Oggi le telecamere inquadrano Antonio con pietà. Finché piange, fa notizia. Se domani tornasse su quella strada a pretendere, la legge scritta per quei ragazzi varrebbe anche per lui.

Seduto su quell’asfalto, Antonio pretendeva una giustizia elementare: quella di poter guardare negli occhi i propri figli e i propri nipoti sapendo che la fatica di una vita intera basta a garantire un futuro dignitoso. La stessa dignità che gli viene negata da una classe dirigente che decide il destino della terra e di centinaia di famiglie leggendo il prezzo del gasolio in una tabella. Gente che, per difendere il proprio pane, non dovrà mai sedersi su uno svincolo autostradale con le mani sulla faccia.

Lo Stato possiede un terzo di Eni, tra Ministero dell'Economia e Cassa Depositi e Prestiti. È il ministero a scegliere chi siede nel consiglio di amministrazione, e lo Stato incassa i dividendi di un'azienda che quest'anno, con la guerra, ha visto i profitti crescere del 43%. Il governo non è un passante che chiede un favore: è il padrone di casa. Ha preferito la parte di chi chiede per cortesia, perché così nessuno gli chiede conto di quello che non ha fatto.

Allora la domanda dell'inizio ha una risposta. Su quell'asfalto Antonio ce l'ha messo una scelta politica: far pagare la guerra a chi lavora e lasciare i profitti a chi li ha incassati. Quella scelta ha delle firme in calce e chi ha avuto il potere di scriverle, oggi ha l'obbligo di cancellarle.

La vergogna è loro. Le lacrime di Antonio, invece, appartengono a tutti noi che facciamo gli stessi conti ogni mattina. Possiamo lasciarle scorrere in un video o prenderle come la frase da cui si ricomincia.

Non ce la facciamo più, da soli.

La parola “classe” a casa nostra non si è mai sentita. Al suo posto c'erano frasi come questa che impari da bambino/a e ...
29/09/2026

La parola “classe” a casa nostra non si è mai sentita. Al suo posto c'erano frasi come questa che impari da bambino/a e ti ritrovi addosso a trent'anni, stampate sulla schiena, il giorno in cui devi chiedere l’aumento.

Non le diceva il padrone, ma chi ci voleva bene e aveva smesso di provarci molto prima di noi. Una condizione si tramanda così, senza mai chiamarla per nome.

La chiamavano «buona educazione», sono solo frammenti di un discorso di classe.

📍Ci vediamo venerdì 2 ottobre, ore 19.00 alla Libreria Centopagine per "Frammenti di un discorso di classe. Racconto di vite e conti che non tornano" di Giusi Palomba.

Il primo appuntamento della rassegna CHE FATICA (?) nata da una collaborazione con Centopagine e Magmatica Festival.

I nostri hanno lavorato tutta la vita e non ne è rimasto niente di scritto. Nessun archivio, nessun libro che raccontass...
25/09/2026

I nostri hanno lavorato tutta la vita e non ne è rimasto niente di scritto. Nessun archivio, nessun libro che raccontasse come si stava dentro quel lavoro. In inglese ci sono due parole per questo vuoto, "community history" e "heritage". In italiano non le traduciamo nemmeno.

Giusi Palomba ha preso quella storia e ha deciso di rimetterla insieme. Ha scritto "Frammenti di un discorso di classe" a Glasgow, con Torre del Greco ancora negli occhi. Parla di frammenti perché questa storia ci è arrivata a pezzi e quei pezzi non si sono sparsi da soli.

Tra le pagine c'è l'eco della rabbia, quella che unisce le persone invece di consumarle e le spinge a costruire il cambiamento. C'è la pratica femminista che cuce una storia collettiva e lo sguardo sul lavoro invisibile di cura delle donne del Sud.

Dare un nome a queste cose è il primo pezzo dell'antidoto alla deriva di questi anni. Ci vogliono tempo, pratiche e lavoro, e libri come questo ci fanno fare un passo avanti.

Con lei apriamo CHEFATICA (?), tre incontri per leggere il lavoro oltre le righe. Si comincia venerdì!

📍 Venerdì 2 ottobre, ore 19.00 Libreria Centopagine
Corso Umberto I 293/interno 3, Cava de' Tirreni

Da piccoli saltavamo da una casella all’altra e vinceva chi arrivava in fondo senza pestare la riga. Da grandi ci ritrov...
20/09/2026

Da piccoli saltavamo da una casella all’altra e vinceva chi arrivava in fondo senza pestare la riga. Da grandi ci ritroviamo a farlo tra turni, contratti precari, scadenze e conti da far quadrare ma non tutti partiamo dalla stessa casella.

C’è chi parte già a metà percorso e chi deve saltare il doppio anche solo per raggiungere il punto di partenza. E quando perdi l’equilibrio, c’è sempre qualcuno pronto a dirti che non ti sei impegnato abbastanza, che è colpa tua.

CHE FATICA (?) mette il punto interrogativo dove per anni c'hanno insegnato a mettere solo un punto esclamativo. Nasce dalla voglia di fermarci e rimettere in discussione le regole di un gioco che occupa buona parte delle nostre vite ma che raramente abbiamo il tempo di interrogare.

Insieme alla Libreria Centopagine e Magmatica Festival, abbiamo costruito una rassegna culturale dedicata al lavoro con tre appuntamenti distinti che si intrecciano in un unico grande percorso.

👇 Intanto, salva le date e seguici per scoprire tutti i dettagli!

"La Terra non appartiene all'uomo, è l'uomo che appartiene alla Terra. Tutte le cose sono collegate, come il sangue che ...
14/09/2026

"La Terra non appartiene all'uomo, è l'uomo che appartiene alla Terra. Tutte le cose sono collegate, come il sangue che unisce una famiglia. Qualunque cosa capiti alla Terra, capita anche ai figli della Terra.”
- Si'ahl

Nel 2017 il governo Renzi cancellava il Corpo Forestale dello Stato, tagliando presìdi di tutela, prevenzione e deterrenza fondamentali per le nostre montagne. La res publica per loro è un inutile orpello, per noi è tutela della collettività.

Ai disastri dell’abbandono e della speculazione opponiamo un’altra idea di mondo. Prendiamoci cura della nostra terra, sputiamo in faccia all'indifferenza e riprendiamoci il futuro. Ora o mai più!

Costiera Amalfitana, settembre 2026.

(foto di G. Cavaliere)

Indirizzo

Viale Garibaldi, 26
Cava De' Tirreni
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