25/10/2026
Una donna ha denunciato il suo ginecologo per violenza sessuale. Lo scorso maggio, il Tribunale di Nocera Inferiore ha condannato il medico in primo grado. Qualche mese dopo, lo stesso ginecologo è stato individuato dall’AOU San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona per garantire le attività del nuovo ambulatorio ginecologico dell’ospedale di Cava de’ Tirreni.
Provate a immaginare di essere una donna, magari non benestante o, peggio ancora, di origini straniere. Di trovare il coraggio di denunciare il proprio medico, di affrontare un processo, di raccontare tutto quello che è accaduto davanti a un tribunale, mentre si guarda negli occhi una comunità che ti addita come una squallida arrampicatrice sociale. Di ottenere dal giudice di primo grado, lette le carte del processo, una condanna dell’imputato.
Ora immaginate, dopo tutto questo, di scoprire che l’istituzione sanitaria ospedaliera di Salerno e Cava decide — mentre il processo è ancora in corso, nei diversi gradi di giudizio previsti — di affidare proprio a quel medico un servizio pubblico destinato alla salute sessuale e riproduttiva delle donne.
Si parla molto, in questi anni, della necessità di proteggere chi subisce violenza. Noi pensiamo che una decisione come questa rappresenti l’esatto contrario di una tutela: calpesta quel coraggio che le istituzioni, a parole, invitano continuamente ad avere. La sentiamo sulla nostra pelle come un’ulteriore violenza, questa volta psicologica e di matrice istituzionale. Tutto il resto, per quanto ci riguarda, viene dopo.
L’apertura dell’ambulatorio è una buona notizia, attesa dopo oltre dieci anni di mobilitazioni. È anche il risultato dell’impegno di chi, come noi e tanti altri, non ha mai smesso di lottare per la sanità pubblica a Cava, al fianco del comitato attuale e di quelli che, nel tempo, hanno svolto un prezioso lavoro di sensibilizzazione e mobilitazione. È altrettanto necessario ribadire, tuttavia, che la chiusura del reparto di Ginecologia e Ostetricia ha lasciato un vuoto enorme nell’assistenza sanitaria sul territorio, che le sole visite ambulatoriali non possono certo colmare.
Del medico chiamato a dirigere l’ambulatorio non diremo altro. Precisiamo che nessuno mette in discussione il principio della presunzione di innocenza, che deve essere garantito fino all’ultimo grado di giudizio. Tuttavia, rivendichiamo il sacrosanto diritto di esprimerci a tutela delle donne.
In un mondo in cui i processi penali assumono spesso contorni grotteschi, deformati da televisioni e giornali che sbattono il mostro in prima pagina senza alcun rispetto per gli esseri umani coinvolti in vicende dolorose, ci troviamo di fronte all’ennesimo corto circuito, tutt’altro che casuale: proprio in questo caso, in cui una donna ha denunciato di aver subito violenza, le voci di indignazione che si sono levate sono state poche.
Tra queste ci siamo senz’altro anche noi. Rispettiamo le garanzie costituzionali riconosciute al medico, ma scegliamo di dare ascolto a un principio che riteniamo fondamentale, mutuato dal movimento femminista e dalle grandi mobilitazioni degli ultimi anni: sorella, noi ti crediamo!
Riteniamo che la nomina del dott. Palazzo sia politicamente incresciosa, irrispettosa e inopportuna nei confronti di tutte le donne che, in ogni parte del mondo, stanno portando avanti un percorso lento e faticoso di fuoriuscita dalla violenza.
Non ci interessa la rissa di questi giorni tra le pazienti «amiche» del dottore e le persone che non hanno mai provato simpatia per lui. Il rischio è quello di finire ancora una volta nelle sabbie mobili in cui Cava de’ Tirreni resta impantanata ogni volta che si presenta l’occasione di articolare discorsi più impegnativi, perché politicamente scomodi, dalla parte di chi è più debole.
Una città forte con i deboli e debole con i forti non sarà mai la nostra città.
Agli ignavi, a chi si volta dall’altra parte e chi di questa storia fa finta di non saperne nulla, auguriamo solo, nella vita, di trovarsi accanto sempre un potente che li protegga. Eppure la vita è una ruota. A volta la storia ci ha mostrato sconvolgimenti che hanno capovolto sistemi di potere che sembravano inscalfibili.
È per questo che continueremo a gridare le nostre idee, nonostante il perbenismo e l’amichettismo vorrebbero imporci il silenzio, l’omertà e l’obbligo di essere amiche di «tutti».
Non è la prima volta che, a Cava, le donne vengono dopo. Questa città ha perso il suo reparto e per dieci anni ha ricevuto in cambio una promessa. Oggi quella promessa si materializza in una versione ridotta, appiccicata con la saliva e affidata senza aver ascoltato la voce delle donne a cui il servizio dovrebbe essere destinato.
Le donne di questa città meritano di più.